Panoramica

NON SI RICORDANO I GIORNI, SI RICORDANO GLI ATTIMI

Cesare Pavese

Cosa resta del tempo che abbiamo vissuto? In The Fog Of Time, Chiara Del Vecchio tenta di rispondere con la forza silenziosa della pittura. In bianco e nero, come un sogno che sfuma al risveglio, le sue opere abitano lo spazio fragile tra memoria e visione, tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi.

 

Non c’è narrazione esplicita, ma una geografia emotiva fatta di attese, gesti dimenticati, silenzi pieni. Le immagini appaiono come ricordi: sfocate, incerte, eppure potenti. Ogni tela è un varco sensibile, un invito a rallentare, a sentire più che a vedere. In un mondo dominato dalla velocità e dall’oblio, l’arte di Del Vecchio è un atto di resistenza poetica.

 

Il tempo non viene rappresentato, ma attraversato. La pittura diventa luogo di risonanza interiore, dove il bianco e nero non è solo una scelta estetica, ma il linguaggio profondo della memoria. The Fog Of Time ci ricorda che ciò che la memoria ama — come scrive Yourcenar — resta eterno. Anche solo per un istante sospeso.

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«Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno», scrive Shakespeare ne La tempesta. È da questa materia evanescente, sospesa tra il visibile e l’invisibile, che Chiara Del Vecchio sembra attingere per dar vita a The Fog Of Time: una collezione di opere in bianco e nero che si muove sul confine sottile tra sogno e memoria, tra ciò che è stato e ciò che riaffiora, tra realtà vissuta e immaginata.
 
In queste tele sfumate, l’immagine si presenta come un’eco lontana, il riflesso indistinto di un pensiero che torna alla mente con la dolcezza di una vertigine. I dettagli sfuggono, si dissolvono, proprio come accade nei ricordi più profondi: mai nitidi, mai completi, ma sempre vivi. Del Vecchio esplora il tempo non come linea retta, ma come spirale, dove ogni curva riconduce a un’emozione, un volto, un suono dimenticato.
 
Proust, in "Alla Ricerca del Tempo Perduto", ci insegna che il ricordo non si comanda, ma ci coglie all’improvviso. Una luce, un odore, un rumore, e le porte del passato si riaprono. Così, le opere di Del Vecchio diventano madeleine visive: varchi temporali da attraversare con la pelle, più che con lo sguardo. Non vogliono essere comprese, ma sentite. Ogni tela è un’intercapedine del tempo, un invito sommesso alla contemplazione.
 
L’assenza del colore amplifica l’effetto evocativo. Il bianco e nero, come la pellicola delle fotografie d’altri tempi o la grafite consumata dei taccuini più intimi, restituisce all’immagine il suo potere arcaico, emozionale. È la grammatica della reminiscenza, il linguaggio dell’intimità. Qui, l’oggettività lascia spazio all’impressione, e il visibile diventa un velo sottile che al tempo stesso copre e rivela.
 
Con mano lieve e sguardo profondo, Chiara Del Vecchio non dipinge semplicemente: accarezza, sospende, suggerisce. I suoi gesti sono quelli di una narratrice silenziosa, che affida all’aria tra le sfumature il compito di raccontare ciò che le parole non possono dire. La pittura si fa respiro del tempo, flusso sensibile che scorre tra presente e passato.
 
Le figure che emergono dai suoi lavori non entrano mai in scena con forza. Sono impressioni che sfuggono alla presa della coscienza, sogni che si dissolvono al risveglio, gesti che domandano di essere ricordati più che osservati. In questo gioco continuo tra assenza e presenza, ciò che manca diventa la vera materia dell’opera. Ed è lì che si concentra la tensione emotiva: in ciò che non si vede, ma si avverte.
 
Nei suoi quadri non c’è una narrazione esplicita. C’è piuttosto una mappa invisibile di esperienze comuni: la tenerezza di una carezza, l’attesa di uno sguardo, la solitudine dolce di un pomeriggio. L’intero ciclo vive di un tempo interno, rallentato, come quello che appartiene ai ricordi più duraturi o ai sogni che tornano a bussare.
 
Ogni tela è una pagina aperta su una storia che è personale e universale al tempo stesso. Vi si intrecciano piccole epiche quotidiane: madri che consolano, bambini che scoprono il mondo, amori sfiorati, ferite ancora aperte, gioie improvvise. Come nei racconti di Čechov o nei versi di Rilke, il fatto narrato è solo una soglia: ciò che importa è il sentimento che vibra al suo interno.
 
Le immagini, come le emozioni più vere, non chiedono spiegazioni: bussano piano, scivolano dentro, si posano nel corpo con la grazia di un’intuizione. Chiara Del Vecchio sembra dirci che il visibile è solo una soglia: il vero linguaggio dell’anima si manifesta nell’indistinto, in ciò che vibra al di sotto della superficie. Ogni tela diventa un piccolo rito di passaggio, un invito alla risonanza interiore, dove lo sguardo si fa ascolto e l’arte diventa esperienza sensoriale, quasi meditativa.
 
In questo senso,The Fog Of Time non si limita a rappresentare, ma accompagna. È un’opera che guida lo spettatore a riabitare il tempo della propria esistenza, attraverso un contatto emotivo diretto, senza filtri. Walter Benjamin descrive la memoria come un montaggio a posteriori. Qui, la pittura stessa si fa montaggio: sovrapposizioni, velature, dissolvenze che restituiscono all’immagine la fragilità e la potenza del ricordo vero.
 
Il bianco e nero non è una scelta estetica, ma una lingua. La lingua del ricordo e dell’interiorità. Ogni tonalità di grigio diventa emozione, pausa, respiro. In questa sospensione cromatica, il passato e il presente si fondono, creando un tempo altro: più vicino all’essere che all’apparire, più legato al sentire che al definire.
 
In un mondo che corre e consuma immagini alla velocità dello sguardo, Chiara Del Vecchio ci invita a rallentare, ad abitare il silenzio, a contemplare. Le sue opere non si impongono, ma si offrono. E nel loro offrirsi, ci ricordano chi siamo stati, chi siamo, chi potremmo ancora essere.
 
The Fog Of Time è, in definitiva, un atto di resistenza poetica. Un modo per restituire al tempo il suo significato più profondo: quello di essere una materia viva, generativa, trasformativa. Perché, come scrive Marguerite Yourcenar, “ciò che la memoria ama resta eterno.” E l’eternità, in queste opere, è un attimo sospeso tra un’immagine che svanisce e una sensazione che ritorna.
Non è il tempo a passare: siamo noi a dover imparare ad attraversarlo. E nell’arte di Chiara Del Vecchio, questo attraversamento diventa possibile. Intimo, essenziale, profondo. Come un passo nel silenzio. Come un sussurro che ritorna a farsi voce.
 
Ma c’è anche qualcosa di più sottile, quasi mistico, in queste immagini: la sensazione che la memoria non sia solo un ritorno, ma anche un luogo. Un luogo da abitare con lentezza. Walter Benjamin definiva il ricordo come una costruzione a posteriori, una sorta di montaggio. Qui il montaggio avviene attraverso la pittura stessa, che stratifica velature, dissolvenze, distanze, fino a rendere l’immagine fragile e incerta, proprio come il ricordo autentico.
 
Nei suoi quadri non c’è una narrazione esplicita. C’è piuttosto una mappa invisibile di esperienze comuni: la tenerezza di una carezza, l’attesa di uno sguardo, la solitudine dolce di un pomeriggio. L’intero ciclo vive di un tempo interno, rallentato, come quello che appartiene ai ricordi più duraturi o ai sogni che tornano a bussare.
 
The Fog Of Time ci invita a rallentare, a contemplare, a chiudere gli occhi e lasciare che ciò che abbiamo dimenticato emerga. Ci guida in un tempo altro, fuori dal frastuono del presente, in quella zona liminare dove l’identità si forma e si trasforma. Ogni quadro diventa allora uno specchio opaco, dove non vediamo il nostro volto, ma qualcosa di molto più profondo: le nostre ombre, i nostri affetti, le nostre nostalgie.
 
In un’epoca dominata dall’immagine veloce e dall’oblio istantaneo, l’opera di Chiara Del Vecchio è un atto di resistenza poetica. Un invito gentile a riconnettersi con ciò che è stato, per capire meglio ciò che siamo. Perché, come scrive Marguerite Yourcenar, “ciò che la memoria ama resta eterno”.