NON SI RICORDANO I GIORNI, SI RICORDANO GLI ATTIMI
Cesare Pavese
Cosa resta del tempo che abbiamo vissuto? In The Fog Of Time, Chiara Del Vecchio tenta di rispondere con la forza silenziosa della pittura. In bianco e nero, come un sogno che sfuma al risveglio, le sue opere abitano lo spazio fragile tra memoria e visione, tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi.
Non c’è narrazione esplicita, ma una geografia emotiva fatta di attese, gesti dimenticati, silenzi pieni. Le immagini appaiono come ricordi: sfocate, incerte, eppure potenti. Ogni tela è un varco sensibile, un invito a rallentare, a sentire più che a vedere. In un mondo dominato dalla velocità e dall’oblio, l’arte di Del Vecchio è un atto di resistenza poetica.
Il tempo non viene rappresentato, ma attraversato. La pittura diventa luogo di risonanza interiore, dove il bianco e nero non è solo una scelta estetica, ma il linguaggio profondo della memoria. The Fog Of Time ci ricorda che ciò che la memoria ama — come scrive Yourcenar — resta eterno. Anche solo per un istante sospeso.
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