Panoramica
C'E' UNA CREPA IN OGNI COSA, ED E' DA LI CHE ENTRA LA LUCA
Leonard Cohen
Chiara Del Vecchio ci conduce in un viaggio intimo attraverso la bellezza fragile della decadenza. Le ville protagoniste della serie Decay non sono semplicemente edifici abbandonati, ma luoghi sospesi nel tempo, carichi di memorie che ancora abitano le stanze vuote. In questi interni silenziosi, ogni crepa e ogni ombra diventa traccia viva di ciò che è stato.
Con uno sguardo partecipe e poetico, l’artista non documenta la rovina, ma ne ascolta la voce segreta, restituendola in immagini che evocano più che descrivere. La pittura si fa così atto di riscoperta, archeologia emotiva che trasforma il vuoto in presenza, la perdita in testimonianza.
Decay è un omaggio alla persistenza della memoria. Un invito a cogliere la dignità nascosta nel tempo che passa e la bellezza che resiste, silenziosa, nelle cose che sembrano finite ma continuano a parlare.
Opere
Bibliography
Si apre il viaggio nella decadenza, attraverso la fenomenologia della fine e della riscoperta. Chiara Del Vecchio ci accompagna in un percorso visivo ed emotivo dentro dimore ormai vuote, eppure tutt’altro che silenziose. Le ville protagoniste di questa collezione sono scrigni svuotati, reliquie architettoniche che non hanno smesso di parlare. C'è qualcosa di profondamente vitale nella loro immobilità: le stanze vuote echeggiano ancora di risate, brindisi, abiti che frusciano, sguardi che si incrociano sotto lampadari spogli.
Un tempo sfarzose, affacciate su giardini curati o immerse nel silenzio delle campagne, oggi queste ville si presentano all’occhio dell’artista come organismi in bilico tra l’abbandono e la memoria. Eppure la loro anima non si è dissolta: la pittura di Del Vecchio cattura l’essenza di un lusso che non ha perso dignità, ma che si è trasformato in ricordo materico. Ogni crepa, ogni intonaco scrostato, ogni ombra è un dettaglio carico di senso, un segno tangibile del tempo che passa ma non cancella.
C'è in queste opere una malinconia lieve, mai rassegnata. Non si celebra la rovina in quanto tale, ma la sua capacità di evocare. L’artista non documenta: ascolta, interpreta, restituisce. I suoi interni vuoti sono come ritratti senza volto, in cui lo spettatore può riconoscere qualcosa di proprio. C'è uno sguardo delicato e partecipe dietro ogni tela, una volontà di rimettere in circolo storie sospese, di ridare forma a ciò che è stato non come nostalgia, ma come presenza traslata.
La pittura diventa allora un atto di riscoperta, quasi una forma di archeologia emotiva. Queste ville non tornano alla vita, ma ne rivelano la persistenza. Perché la patina del tempo può velare, ma non cancellare l’anima delle cose. E nel silenzio delle sale vuote, la memoria risuona più nitida che mai.