Panoramica

E NELLA FORESTA IO VADO, PER PERDERE LA MIA MENTE E RITROVARE LA MIA ANIMA

John Muir

Ci sono luoghi che sembrano sospesi fuori dal tempo, dove il silenzio è una presenza viva. In questa nuova collezione, Chiara Del Vecchio ci accompagna ai margini del mondo, in paesaggi remoti in cui l’essere umano osserva, ma non domina.

I suoi quadri non descrivono, ma evocano. Non mostrano scenari spettacolari, ma atmosfere sottili: il respiro della terra, il passaggio del vento, la vibrazione silenziosa della natura. Ogni pennellata è un varco tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.

 

In un’epoca di rumore e iperconnessione, Del Vecchio sceglie il silenzio, la lentezza, la contemplazione. I suoi paesaggi senza nome sembrano appartenere a un altrove, ma parlano di qualcosa che vive dentro di noi. Sono un invito a perdersi per ritrovarsi, a riconnettersi con una dimensione ancestrale e sacra.

La natura, nei suoi dipinti, non è sfondo ma soggetto, non oggetto ma relazione. Ed è proprio nel suo silenzio profondo che ci ricorda chi siamo davvero.

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Ci sono luoghi che sembrano sospesi fuori dal tempo. Spazi dove il silenzio non è assenza, ma presenza viva. In questa nuova collezione di dipinti, Chiara Del Vecchio ci guida proprio lì: nei margini del mondo, in paesaggi sperduti dove l’essere umano è spettatore, non protagonista.
 
I suoi paesaggi non sono cartoline, non offrono vedute spettacolari da immortalare con lo smartphone. Sono atmosfere. Evocano il respiro della terra, il fruscio di una foglia, il passaggio invisibile del vento. Ogni pennellata sembra costruire un confine fragile tra reale e interiore, tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo quando ci lasciamo attraversare dalla natura.
 
In un’epoca dominata dal rumore e dall’iperconnessione, Chiara Del Vecchio sceglie la via opposta: il silenzio, la lentezza, la contemplazione. I suoi quadri sono un invito a perdersi, a smarrirsi in territori remoti, ma anche a ritrovarsi nel ritmo ancestrale della natura. Niente è urlato, tutto è essenziale. E proprio in questa essenzialità si svela una forza primitiva, quasi sacra.
 
I paesaggi ritratti non hanno nomi, né coordinate precise. Potrebbero essere ovunque, ma soprattutto potrebbero essere dentro di noi. La pittura di Del Vecchio non descrive: suggerisce, lascia spazio, apre varchi. I colori, spesso tenui o sfumati, sembrano emergere da una memoria profonda, da un sogno che torna a galla. C’è una nostalgia sottile in queste opere, ma anche una promessa: quella di un ritorno possibile, di una riconciliazione con qualcosa che abbiamo dimenticato.
 
La natura, nei suoi quadri, non è un oggetto da ammirare, ma un essere vivente con cui entrare in relazione. Non c’è antropocentrismo, non c’è controllo. C’è piuttosto un senso di meraviglia e di umiltà, uno sguardo che si fa piccolo per poter abbracciare l’immensità.
 
Dove finisce il rumore, forse, comincia il vero ascolto. E in quel silenzio denso e profondo, la pittura di Chiara Del Vecchio ci mostra che la natura non è un altrove: è una parte essenziale di ciò che siamo.